un'astratta avventura
Cercando un ago in un pagliaio, lì, in piedi, dritta come un fuso a reggere la candela, mi ritrovai in un mare di guai tirando i sassi in piccionaia e menando il can per l’aia. Quindi, dandomi la zappa sui piedi, misi il carro davanti ai buoi, non prima di averne unto le ruote. Mi accorsi che lì in mezzo, sporca come un bastone da pollaio a piangere come un vitello, facevo solo ridere i polli, e decisi quindi di alzare la cresta, perché i miei polli li conoscevo bene, sapevo che andavano a dormire con le galline e che mi avrebbero dato del filo da torcere facendo di ogni erba un fascio.
Provai a trovare il bandolo della matassa affrontando la curva a gomito ai piedi della montagna, ma mi resi conto che facendo la gatta morta non sarei riuscita né a cavare il ragno dal buco né a prendere quei due piccioni con la stessa fava. Era necessario mangiare la foglia per poter tirare acqua al mio mulino, altrimenti sarei caduta dalla padella nella brace cercando di pestare acqua nel mortaio.
Il cuore del problema era che rischiavo di prendere un sacco di legnate insegnando ai gatti a rampicare, e, soffiando sul fuoco, che ovviamente era di paglia, tentai di raddrizzare le gambe ai cani con il braccio della gru. Tuttavia mi resi conto che avevo preso una brutta gatta da pelare, e feci scorrere un fiume di parole nonostante fossi nel fiore degli anni.
Il muso della mia automobile era già nell’occhio del ciclone e io, come un cane bastonato, ero ormai ridotta al lumicino. Non mi restava che prendere atto di essere la pecora nera, l’ultima ruota del carro. Facendo il gallo nel pollaio avrei solo rotto le uova nel paniere.
Montai sulla coda del treno come un pulcino bagnato e mi misi a dormire.
Come un ghiro…
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